Che cos’è l’acqua?

Che cos’è l’acqua? 

Alcuni voli pindarici sull’importanza degli studi umanistici

«Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?” I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa “Che cos’è l’acqua?”»

La mia prima impressione al leggere questa storia è stata una lieve sensazione di smarrimento, di fuori posto. Perché già di per sé l’idea di un pesce che chiede all’altro che cos’è l’acqua è abbastanza confusionaria, figurarsi poi se il saggio che avevo aperto doveva essere un discorso ai laureandi in materie umanistiche.

Quanto alla morale della favola, mi sembrava fin troppo ovvia- soprattutto per me, che fino a poco tempo fa conducevo crociate piuttosto severe contro le banalità- una semplice constatazione che le cose più evidenti sono quelle che più spesso ci dimentichiamo.

E l’avrei ignorata e chiuso il libro in pochi secondi, se l’autore, poche righe dopo, non mi avesse ammonito a non sottovalutare quelle che apparentemente sembrano solo delle ovvietà, spiegando:“il fatto è che nelle trincee quotidiane dell’esistenza da adulti, le banalità belle e buone possono diventare questioni di vita o di morte”.

L’autore, David Foster Wallace, per chi ha fretta DFW, non è esattamente un tipo ovvio, anzi, è un scrittore ermetico, labirintico, intricato, uno di quegli autori, per intendersi, capace di fare una frase lunga una pagina, senza punteggiatura o maiuscole, o di dare come titolo ad un capitolo una lettera dell’alfabeto fonetico. Ma è anche, a dispetto di tutti i suoi sillogismi e dei voli pindarici, uno di quegli scrittori che sanno essere confidenziali e spiritosi e che ci tengono profondamente a dire qualcosa al lettore, non semplicemente a impressionarlo con i giochi di parole. Uno di quelli che ti entusiasma con la sua bravura, e pensi sia un genio solo nel virtuosismo, poi al momento giusto, in mezzo al virtuosismo, trovi la verità. Diretta, semplice. E non così banale quanto sembri.

Come la storia dei pesci, in fondo. Cosa centra con gli studi umanistici?  Ora, l’autore comincia coll’interrogarsi sulla fatidica espressione: ”insegnare a pensare”, da sempre un mantra che si sente ripetere una buona dozzina di volte agli open day per le scuole medie. Si parla, spesso, e non erroneamente, dell’importanza di una forma mentis al di là del contenuto su cui andrà ad esercitarsi. Ma in cosa consiste, veramente, questa forma mentis? DFW azzarda una risposta: “significa imparare a esercitare un certo controllo su come e su cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all’esperienza”. É chiaro che qui non si parla più di compiti in classe, e neanche, a ben vedere, di future competenze lavorative, bensì della più basilare, dimenticata e cruciale capacità di non essere schiavi del proprio pensiero.

Il saggio continua ricordando a tutti noi lettori che noi- che ogni singolo essere umano è per sua natura delimitato da un corpo fisico ben preciso e destinato a vedere il mondo dalla sua specifica posizione, dal suo privato campo di osservazione. Lo si dimentica spesso, eppure è così. E questa condizione fa sì che un particolare tipo di solitudine- quell’ingannevole, insidiosa prigionia di quando siamo i carcerieri di noi stessi- sia molto più comune e più semplice di quanto non si creda.

Cosa c’entra con gli studi umanistici? Che al di là di interrogazioni e compiti in classe, l’idea delle materie umanistiche è quella di creare un mezzo di comunicazione tra esseri umani- offrire delle prospettive di guardare la realtà che per il solo fatto di essere Altro, per il solo fatto di dare soluzioni Ignote, sono degne di considerazione.

Leggere di Odisseo che attraversa il Mediterraneo nel tentativo di raggiungere Itaca, di un poeta che visita l’oltretomba in tre tappe o anche solo di un uomo di mezza età inetto e scialbo incapace di smettere di fumare potrebbe sembrare estraneo dalla nostra realtà quotidiana. Così come studiare teorie sociologiche di pensatori di un secolo prima, o peggio ancora tradurre un testo scritto un paio di millenni fa. Ma si potrebbe avanzare una bizzarra obiezione: che proprio la loro estraneità possa costituire un motivo di interesse- e proprio a partire dalla lontananza di contesti, filosofie e idee presentate si possa arrivare a scoprire la sostanziale familiarità che c’è con la nostra vita immediata.

Per ricordarsi, cioè, che anche quello che nel nostro orizzonte privato sembra essere un cliché privo di senso e di sentimento potrebbe rilevarsi invece fondamentale per la nostra vita, per evitare di perdere contatto con il mondo, che è metà dentro e metà fuori noi stessi. Per conservare “la consapevolezza di ciò che è così reale ed essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringersi a ricordare di continuo a noi stessi: “Questa è l’acqua. Questa è l’acqua”.

Francesca Parrotta

Condividi con ...