Di padre in figlio

Il problema delle “babygang” pare, negli ultimi tempi, essere costantemente affacciato ai titoli dei telegiornali italiani. 

Si tratta di un fenomeno, apparentemente in crescita, costituito dall’aggregazione di piccoli malavitosi. Piccoli, non perché si limitino a reati di poco conto, come piccoli furti o sporadici episodi di vandalismo, ma per via della giovanissima età dei soggetti coinvolti. 

Si tratta di ragazzini, di bambini che hanno dai sette ai dodici/tredici anni circa. Bambini che “chissà come” vengono in possesso di armi da fuoco, armi vere, e che le usano per gioco, come solo potrebbero fare dei bambini.

Oh, ma questi ragazzini sono maturi, dei piccoli uomini che sanno già come gira e come deve girare il mondo. Minacce, estorsioni, risse, aggressioni, furti, gravi atti di vandalismo, scontri a fuoco fra le varie gang: i piccoli mafiosi sanno bene come muoversi e non hanno paura di niente e di nessuno. E forse, è proprio questo l’aspetto più inquietante, la faccia della medaglia più mostruosa. 

Perché questi bambini prendono tutto come un gioco, come una sfida, e si credono invincibili e onnipotenti.  « Ti sparo e poi facciamo finta che muori.». Solo che questa è la vita reale, e quando spari a qualcuno, quello non fa finta di morire.

Non si rendono conto che possono fare del male, che possono togliere la vita per davvero. E non lo fanno perché sono ancora piccoli, perché un bambino a queste cose non ci pensa, o almeno non dovrebbe. 

Ma se è questo che gli è stato insegnato, o meglio, se questo è quello a cui ha costantemente assistito, cos’altro potrebbero fare? 

La mela non cade dall’albero. Se questi ragazzini hanno sempre visto i loro genitori fare ciò, perché dovrebbero fare altro? Come possono comportarsi diversamente se non c’è nessuno che glielo insegna? 

Perché comunque stiano le cose, una volta sparato, anche se era solo per finta, nessuno laverà via il sangue da quelle piccole mani, così innocenti e allo stesso tempo così colpevoli. Nessuno potrà sottrarre loro da questo peso atroce.

Ma passiamo ad analizzare meglio l’origine del problema. I bambini giocano. È nella loro natura ed è un aspetto caratteristico dell’infanzia, una concezione basilare al limite dello scontato per la società occidentale odierna. Il bambino gioca, ed è giusto che lo faccia. 

Avete mai osservato un bambino giocare? Generalmente riproduce avvenimenti, modi di fare del cosiddetto “mondo dei grandi”. Che stia giocando con le macchinine, piuttosto che con le barbie non ha importanza, immagina una storia tutta sua, che però fa sempre in qualche modo riferimento a qualcosa a cui assistito, a fatti a lui familiari. Anche solo il fatto di ripetere o di fare uso di formule lessicali spesso utilizzate dalle persone a lui più vicine. Come quando a papà scappa una parolaccia per sbaglio e il figlio di sei anni subito a ripeterla.

Quando eravate piccoli avete mai giocato a fare i grandi? Magari sgridando un peluche perché si era comportato male, imitando vostra madre quando rimproverava voi? 

Ecco, il principio è lo stesso.

Immaginate che un bambino assista costantemente a scene in cui il proprio padre o la propria madre, per cui inevitabilmente stravede, commette violenze. Magari minaccia qualcuno, magari lo picchia. O che più semplicemente bestemmia in continuazione senza nemmeno una causa precisa. Io non credo che quel bambino da grande diventerà un santo. 

È naturale che i bambini facciano ciò che gli è stato insegnato. E anche se non sono stati direttamente indottrinati dai genitori o chicchessia, una principale fonte di apprendimento è l’imitazione. Il bambino osserva la sua figura di riferimento, chi si prende cura di lui, e immancabilmente lo imita. Impara a comportarsi in base a come vede fare alla figura di riferimento affettivo. È un dato di fatto. 

Indubbiamente, per quanto riguarda la formazione di queste babygang, un importante ruolo hanno anche le condizioni di vita del bambino, il contesto sociale, la situazione economica della sua famiglia e anche il grado d’istruzione. C’è da dire che una buona percentuale dei piccoli malavitosi proviene dalle periferie delle grandi metropoli, dove il capitalismo occidentale dà il suo massimo sfogo e in cui l’individuo viene de-umanizzato, ovvero avviene che, in una tale ottica utilitaristica, la persona è utile solo come mezzo per il benessere della stessa società, dello stesso sistema, e per questo ogni singola personalità perde di importanza e valore. L’umanità dell’essere umano cede il posto alla sete di guadagno economico e al progresso. Nelle periferie generalmente i quartieri non sono esattamente l’Upper East Side della situazione, spesso si aggirano spacciatori, strozzini, si  instaurano giri di prostituzione e vige un certo livello di degrado. 

Le famiglie dei piccoli mafiosi si trovano spesso in situazioni economiche precarie, possono avere a che fare con la mala vita, appunto, ed avere alcuni membri detenuti in carcere. Con ogni probabilità i genitori lasciano usualmente i piccoli di casa a loro stessi, e questi ultimi, che imparano presto a contare soltanto su loro stessi, nella maggior parte dei casi non vanno a scuola, ma si riuniscono con i propri compagni di clan, il loro riferimento. Clan, e non tribù, perché questi ragazzini sono tra loro come fratelli, si danno forza a vicenda, più nel male che nel bene, come se fossero davvero legati da vincoli di sangue, e magari a volte è proprio così. 

Le gang dei bambini si atteggiano proprio come quelle degli adulti: hanno un loro territorio, sono in un continuo stato di guerriglia verso gli altri clan, girano ben armati di pistole, catene, spranghe e manganelli presi in prestito dai loro amati genitori.

Per cui quando al Tg sentiamo di reati gravi commessi da bambini di nove anni, facciamoci due domande e non restiamo sorpresi se il piccolo assassino è il figlio di un membro di Cosa Nostra, non meravigliamoci di quanto sia giovane il colpevole, perché è vero che giocano un ruolo fondamentale tutti gli aspetti analizzati poco fa (il contesto sociale, la famiglia, i bassissimi o addirittura inesistenti gradi di istruzione), ma se è vero che la mela non cade lontano dall’albero, magari la colpa è anche del sistema che non punisce i colpevoli, che lascia girare assassini per le strade come se niente fosse perché in qualche modo gli conviene. 

Un sistema che non si occupa degli strati più in difficoltà della società, ma che anzi, con la scusa di voler migliorare il tutto chiede più entrate, ma che in realtà ci frega tutti. 

Un sistema che si è talmente inaridito da aver sostituito i casi umani con dei numeri, con le possibilità di guadagno e le ambizioni economiche di una classe sociale corrotta e avida di potere, che crede di avere tutto sotto controllo e poi ecco che succedono casini del genere. 

Non restiamo imbambolati a domandarci cosa sia passato per la testa di quei bambini, pensiamo piuttosto al fatto che nessuno potrà farli tornare indietro e che ormai si sono giocati il futuro. 

Pensiamo a cosa possiamo fare affinché la società cambi, affinché fatti del genere non siano all’ordine del giorno, perché quelli potrebbero benissimo essere i nostri figli, ci sembrano in una realtà lontana dalla nostra, ma sono qui, a Milano, a Roma, a Napoli e noi non possiamo permetterci di starcene con le mani in mano.

Perché non è accettabile che un bambino di nove anni non abbia un futuro perché ha ucciso una persona senza neanche rendersene conto. 

Nella società moderna, nei Paesi che tanto amano definirsi “sviluppati”, questo, non è ammissibile. 

Benedetta Presazzi 3BS

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