Primi mesi nella patria della pioggia

Il 30 agosto 2017 è stato uno dei giorni più strani, belli, emozionanti e incredibili della mia vita.
Non credo di aver mai provato così tante emozioni diverse nello stesso momento.
Il 30 agosto è iniziata la mia esperienza, un anno all’estero in Inghilterra a Southampton, un anno che mi cambierà la vita.
Appena atterrata a Londra ero molto esilarata e non vedevo l’ora di conoscere la mia famiglia ospitante composta dalla host mum e da una ragazza brasiliana che come me avrebbe svolto questa esperienza soltanto fino a dicembre. Sapevo poco più che questo e qualche informazione sulla madre ospitante. Tutto un’incognita. Come mi avrebbe accolto? Come sarebbe stata la casa? Il cibo? E la ragazza brasiliana? Simpatica o no?
Mille domande e preoccupazioni ma anche tanta felicità. Una volta arrivata nella mia nuova casa la host mum mi ha mostrato la mia stanza e poi l’intera casa e a primo impatto mi è sembrata molto carina e disponibile. Mi sono sistemata nella mia stanza e ho avuto una crisi. In quel preciso istante avevo seriamente realizzato che era iniziata la mia esperienza e che ero lontana da tutto e da tutti, non conoscevo nessuno, non sapevo come sarebbe andata e mi sono subito chiesta perché avevo deciso di intraprendere questa pazzia. Il momento di crisi è durato poche ore grazie alla mia host mum che mi ha parlato e rassicurato e grazie a persone che come me erano partite e avevano provato gli stessi dubbi e sperimentato lo stesso tipo di crisi.
La prima cena è andata molto bene e da subito mi sono ambientata e mi sono trovata bene con qualunque cosa, il cibo, la casa, la mamma ospitante e anche con la mia “sorella” brasiliana.
Il giorno successivo, 31 agosto, mi sono recata a scuola dove ho svolto l’iscrizione e la scelta delle materie (inglese, matematica, psicologia e sociologia). Il sistema scolastico inglese è molto diverso da quello italiano; infatti il numero di materie svolte qui variano da 3 a 5 a seconda delle scelte dello studente. Questo perché il college, anche chiamato sixth form, non fa parte della scuola dell’obbligo ma è necessario per accedere all’università. Le materie che lo studente sceglie sono quelle che vorrà studiare in futuro o che gli serviranno per accedere ad una certa facoltà universitaria e perciò questo percorso scolastico di due anni è tutto basato sugli interessi del singolo studente.
Prima della vera e propria data di inizio delle lezioni, ovvero il 7/09, abbiamo svolto alcune gite organizzate dalla scuola per noi studenti internazionali per permetterci di conoscerci l’un l’altro.
Infatti dopo averci mostrato il centro città e aver fatto un barbecue venerdì 1 settembre siamo andati ad un parco divertimenti (Thorpe park) al lunedì, ad un centro dove abbiamo svolto attività come arrampicata, tiro con l’arco e attività di gruppo al martedì e a Portsmouth il mercoledì. Questi giorni di gite/attività sono stati molto divertenti e utili per conoscere i nuovi studenti internazionali, per la maggior parte composti da italiani e brasiliani e da subito ho creato delle amicizie con essi.
Giovedì 07 settembre era il primo ufficiale giorno di scuola ed ero piuttosto agitata poiché non sapevo come mi sarei trovata con gli insegnanti, con i compagni ma soprattuto quanto sarebbe stato difficile seguire delle lezioni in una lingua diversa dalla mia nonostante i diversi anni di inglese durante il percorso educativo italiano. Mi ricordo che la prima lezione avuta era stata quella di matematica e da subito l’insegnante mi è sembrata disponibile e competente ma facevo molta fatica a comprendere tutto ciò he diceva a causa delle velocità con cui parlava. Questo mi ha scoraggiato molto poiché mi sembrava un’impresa impossibile riuscire a seguire le lezioni se comprendevo sostanzialmente la metà delle cose dette.
La seconda lezione è stata quella di inglese, sono stata inserita in un corso per soli internazionali, perciò con studenti che, come me, non sono inglesi. L’insegnante è molto tranquilla, pacata e fa di tutto per riuscire a farci comprendere qualunque cosa. La lezione di inglese è andata molto meglio probabilmente perché la professoressa ci agevolava parlando in modo più chiaro.
L’ultima lezione del primo giorno è stata sociologia. Per sociologia ho due insegnanti, una con la quale svolgo 3 ore di lezione alla settimana e l’altra con la quale svolgo 2 ore e dieci minuti di lezione alla settimana. La prima lezione di sociologia l’ho avuto con l’insegnante che vedo meno ore e mi ha da subito interessato molto e mi è sembrata molto competente e valida.
Come primo giorno di scuola ho avuto delle impressioni più che positive sia riguardo i compagni di classe che riguardo gli insegnanti nonostante le difficoltà linguistiche.
I giorni successivi ho affrontato le lezioni di psicologia dove ho due insegnanti diverse; con una svolgo diversi approcci alla psicologia e con l’altra i metodi di ricerca utilizzati. Sono due insegnanti molto brave e sempre disponibili a qualunque chiarimento nonostante l’argomento “metodi di ricerca” sia molto più pesante e a mio parere meno interessante.
Ho conosciuto anche la seconda insegnante di sociologia che mi ha subito dato una buonissima impressione e con la quale mi sono trovata subito bene.
Il primo periodo è stato molto positivo nonostante la lingua fosse un ostacolo non indifferente e mi sono trovata bene in termini di insegnanti, compagni di classe e carico di studio. Il carico di studio non è minimamente paragonabile a quello italiano in quanto le materie, nonostante siano affrontate in modo approfondito, sono ridotte a quattro e a parte qualche test, non ci sono verifiche o interrogazioni come in Italia. Per assegnare voti, che sono tra l’altro espressi in lettere dalla U alla A* , si basano sui compiti di vario genere assegnati o, nel caso di sociologia, valutano delle domande presenti negli esami di fine corso (dopo due anni) che svolgiamo in classe.
Ora come ora con la lingua inglese va sempre meglio e riesco a comprendere e comunicare in modo sempre più chiaro e fluente senza aver paura di sbagliare a dire qualcosa. Seguire le lezioni sta diventando sempre più semplice e le mie abilità di scrittura in inglese sono molto migliorate e credo che andando avanti sarà sempre meglio e il mio livello aumenterà sempre di più. Sono molto soddisfatta delle materie che ho scelto perché mi piacciono molto e vengono svolte in modo molto interessante e approfondito.
Un altro punto del quale mi piacerebbe parlarvi sono le amicizie che sto instaurando. Svolgendo quattro materie, ho quattro classi di persone diverse e devo dire che le amicizie più strette le sto instaurano con studenti internazionali come me che siano italiani, brasiliani, slovacchi, tedeschi,… perché essendo nella mia stessa situazione è molto più semplice socializzare con loro.
Le amicizie con gli studenti inglesi sono, al contrario, molto difficile da iniziare poiché sono persone piuttosto fredde che non amano la socializzazione con persone nuove e non sono portati a parlarti di loro spontanea volontà. Per questa ragione non ho ancora dei veri e propri amici inglesi, ma nonostante ciò ho un buonissimo rapporto con i miei compagni di classe, che però si limita al parlarsi nelle attività di gruppo svolte in classe. Credo che sia un processo lento e che richiede tempo quello di essere una amica stretta di una persona con una cultura diversa e con un’apertura mentale completamente differente.
Un rapporto che però ritengo molto importante e che ho instaurato in modo molto profondo in questo tempo passato qui, è sicuramente quello con la ragazza brasiliana che vive con me e che sta affrontando la mia esperienza con la differenza che lei torna a casa prima delle vacanze natalizie. Io e lei siamo ora come delle sorelle e ci siamo raccontate qualunque aspetto delle nostre vite e parliamo sempre moltissimo. Non avrei potuto chiedere persona migliore, sono immensamente grata di avere avuto la possibilità di conoscerla ed è un legame che rimarrà davvero per sempre nonostante lei tornerà in Brasile tra meno di un mese. Saremo lontanissime ma io per lei ci sarò sempre e lei ci sarà sempre per me.
Un anno all’estero significa anche questo, conoscere persone che sai che rimarranno per sempre nel tuo cuore, persone che ti mancheranno più di qualunque altra cosa al mondo, legami indelebili.
Ultimo aspetto che mi piacerebbe infine toccare riguarda le “mancanze”. Cosa mi manca dell’Italia? Ho avuto momenti di crisi in cui ho messo in dubbio la scelta di questa esperienza?
Dell’Italia mancano parecchie cose, mancano i miei genitori, manca mio fratello, manca la famiglia, mancano gli amici, il cibo e anche certe abitudini come uscire al sabato sera, andare al ristorante, mangiare ad un orario decente, suddividere i pasti in pranzo e cena e non in “dinner” e “teatime”, il caffè, quello vero, non dover pensare a tutto ciò che devo dire in inglese con l’ansia di dire qualche cosa di stupido, il calore delle persone in Italia. Non fraintendetemi, sta andando tutto a meraviglia qui e l’Inghilterra è un posto magnifico con un milione di cose da scoprire ma nonostante tutto, qualcosa mancherà sempre.
Fino ad ora non ho mai avuto crisi nelle quali mi sono pentita di partire per questa avventura, mai, mi sto divertendo, sto imparando, sto scoprendo, sto cambiando, mi sento davvero a casa e pensare che sono passati già tre mesi mi sta facendo tornare in mente quanto aspettavo di partire durante l’estate, quanto ero curiosa di venire qui e ora che ci sono sono felice e orgogliosa di aver fatto questa scelta. È un’esperienza iniziata nel miglior modo di sempre e ho ancora sette mesi da vivere davanti a me, sperando che sarà tutto positivo e bellissimo come i mesi passati.
Ma se tutto andrà bene lo scoprirete anche voi, stay tuned…

Alessandra Cantoni

“Live, travel, adventure, bless, and don’t be sorry”

Ed è così che arriva il momento della partenza: quando meno te lo aspetti ti precipita addosso e ti coglie alla sprovvista, osservi la tua stanza per l’ultima volta e ti rendi conto che avresti voluto avere più tempo per salutare tutti ancora una volta, ma sai che l’unica cosa che devi fare è prendere le tue valigie e infilarci tutti i ricordi che in questi mesi hai vissuto e collezionato. La gioia e l’attesa provata nei mesi precedenti si trasformano tutto d’un tratto in paura, paura di lasciare tutto per un anno, la tua casa, la tua famiglia e i tuoi amici, per volare in un altro paese e vivere per dieci mesi con una nuova famiglia, nuovi amici e nuove abitudini. Mi ricordo ancora del giorno in cui la mia associazione mi ha comunicato che aveva trovato una famiglia per me; era il 31 marzo 2017, e mi ricordo ancora quanto fossi felice, una felicità per la quale non esistono parole per descriverla. E mi ricordo ancora che non vedevo l’ora di partire ed era subito partito il countdown, i giorni passavano e la data della partenza si avvicinava, fino a quando il 20 agosto non è arrivato. Mi sentivo esaltata, felice, impaziente ma allo stesso tempo ero triste, impaurita, con la testa piena di domande a cui non potevo rispondere.

Adesso è l’11 novembre e mi trovo ad Amburgo, in Germania. Sono passati quasi tre mesi dal giorno della mia partenza, tre mesi in cui ho imparato ad abituarmi a una nuova vita con una nuova famiglia, tre mesi in cui ho conosciuto delle persone fantastiche, tre mesi in cui ho vissuto dei momenti indimenticabili che porterò sempre con me, ma anche dei giorni in cui ho avuto paura e l’unica cosa che volevo era solamente tornare a casa.

Essere un exchange student, o un’Austauschschulerin come nel mio caso, non è affatto facile, non è solamente vivere una nuova routine, ma apprezzare tutti i piccoli momenti di quella vecchia, non è solamente andare a dormire per il mal di testa per il tedesco, ma sapere che imparerai una nuova lingua che arricchirà il tuo bagaglio culturale, e non è solamente affrontare tutti problemi da solo, ma capire che a tutto c’è una soluzione.

“Lebe jeden Augenblick” (“Vivi ogni momento”), è questo il motto della mia esperienza, vivi ogni istante, sia bello che brutto, dalle mattine in cui ti svegli piena di energia, a quelle in cui vorresti solamente restare a letto e non uscire al freddo per andare a scuola, dai momenti in cui realizzi che dieci mesi sono troppo pochi, a quelli in cui pensi che siano un’eternità e che non finiranno mai.

Ci sono momenti in cui mi fermo pensare e a riflettere se tutto quello che ho fatto sia stata una pazzia o meno. In molti probabilmente lo starete pensando e forse un po’ lo penso anche io, ma credo che questa sia la migliore pazzia che io abbia fatto in sedici anni.

Se siete indecisi di fare o meno questa esperienza, il mio unico consiglio che in questo momento sento di darvi è quello di buttarvi, perché state tranquilli che non ve ne pentirete!

Herzliche Grüße aus Deutschland

Chiara Belcao, 4AL

Всем привет! Ciao a tutti dalla Russia!

Presentati nella lingua del tuo paese ospitante:

Всем привет! Меня зовут Катерина. Мне восемнадцать лет, и я жила в России год.
[Vsem priviet! Minià tsovut Caterina, Minià vosemnadzet liet, i ia dgila v Rassii god]
Ciao a tutti! Mi chiamo Caterina. Ho diciotto anni, e ho vissuto in Russia per un anno.

 

Qual è l’abitudine più strana che hai riscontrato?
In Russia ci sono moltissime superstizioni: una ragazza non può sedersi per terra o non avrà figli, non si può fischiare o si perderanno tutti i soldi, non si può passare un oggetto a qualcun altro attraverso la soglia di casa e non si possono far foto ai bambini nati da meno di un mese perché porta male e così via. Ci sono anche superstizioni divertenti, per esempio quando prude il naso sarebbe meglio bere qualcosa di alcolico.

 

Qual è la festa più importante?

La festa più importante è il Capodanno. A Capodanno la famiglia si riunisce e si mangia per tutta la notte. Allo scoccare della mezzanotte non c’è nemmeno un abitante in Russia che non accenda la tele per ascoltare gli auguri di Putin. Si apre poi lo spumante e si scrivono i propri desideri su un biglietto, che viene poi bruciato nel bicchiere colmo e bevuto d’un fiato, nella speranza che i propri sogni si avverino… e che non sia troppo cancerogeno. Durante la notte “Died Marotz” (Papà Gelo) lascia sotto l’albero doni per tutti i bambini. Il Natale invece è una festa meno importante e si festeggia il 7 Gennaio. È stata dura trascorrere la giornata del 25 come una domenica qualunque, mentre in Italia amici e parenti festeggiavano. Maslenitza è invece un po’ come la nostra Pasqua. La tradizione vuole che durante tutta la settimana di festa si  mangino solo “blinì” (pancake). Grande considerazione hanno anche le feste che celebrano i fasti della grande Madre Russia, come la celebrazione dell’anniversario della vittoria della “Grande Guerra Patriottica”, come chiamano la seconda guerra mondiale.

 

Qual è la cosa più particolare che hai fatto?
Il Kreshenie è il bagno purificante che ogni russo dovrebbe fare nelle acque ghiacciate la notte della vigilia dell’Epifania, che secondo il calendario giuliano, in uso dalla Chiesa russo-ortodossa cade il 19 gennaio. Si dice che durante questa notte Dio faccia cadere la sua benedizione sulle acque della terra; quindi io come molti altri russi impavidi, mi sono immersa nelle acque gelide del laghetto ghiacciato nella mia città. La temperatura non superava i -20 gradi e tra l’altro io ero l’unica ragazza e probabilmente l’unica senza un tasso alcolico che arrivasse alle stelle.

Caterina Bonomi

Ricordi dalla Russia

Questo luglio ho trascorso un mese in una piccola città della Russia di nome Klimovsk. Ero un po’ in ansia appena atterrato, perché non facevo altro che pensare che sarei dovuto stare lì per un periodo abbastanza lungo e non sapevo ancora cosa avrei trovato e come sarebbero state le persone che mi avrebbero ospitato. Alla fine però, fortunatamente, la famiglia si è rivelata abbastanza buona, tralasciando alcuni comportamenti strani da parte della madre e del fratello più piccolo, ma complessivamente mi sono trovato abbastanza bene.

Quando si parla della Russia si pensa subito a cibo orribile ed effettivamente questa era una delle cose che temevo, ma si è rivelata una paura completamente infondata. I piatti tipici russi sono davvero buoni e credetemi quando dico che non ho mai trovato qualcosa che non mi piacesse.

Alcuni piatti per esempio i pilmeni (delle specie di ravioli) erano la fine del mondo! Ovviamente non era come il cibo italiano ed infatti per quasi tutto il mese sentivo il bisogno incessante di mangiare pizza e pasta.

Una cosa che mi è parsa davvero strana è stata il fatto che alcune famiglie, non tutte, fanno la cioccolata con l’acqua del thè. Quando me l’hanno data per la prima volta pensavo effettivamente fosse uno scherzo ed infatti mi sono messo a ridacchiare ma, vedendo che mio fratello russo non diceva niente, ho poi realizzato che dovevo berla così. Ci ho fatto l’abitudine e, anche se non era proprio buonissima, ci ho convissuto per un mese, bevendola a colazione e cena ogni giorno.

Della Russia mi manca il poter andare a Mosca quando volevo, visto che era a solo un’ora di treno dalla mia città. Mosca ha davvero un fascino superiore a qualsiasi altra città esistente. È particolare per le sue costruzioni, per l’architettura, per quello che si vede in giro e per tante altre cose. La parte centrale soprattutto è piena di vita e di edifici, come il Kremlino o la piazza rossa, dipinti con colori vivaci e allegri. Per non parlare del suo centro commerciale più importante, il Gum. Voi pensate a qualcosa che volete comprare e al Gum la trovate e non esagero. È letteralmente immenso ed è facilissimo perdersi se non lo si conosce palmo a palmo. Mosca è veramente una città meravigliosa, consigliatissima da visitare a parer mio.

Sono anche andato a scuola e ci ho imparato un po’ di russo per poi continuare a studiarlo una volta tornato in Italia, come sto facendo. Una parola che, quando ho imparato, mi ha fatto ridere, non so perché, ma è così, è собака (sabaka) che vuol dire cane. Sarà per il suono ma a me pare divertente.

In definitiva posso dire che è stata un’esperienza divertente e anche formativa. Ho imparato molte cose e conosciuto la cultura di un paese che mi è sempre piaciuto. Sicuramente un giorno ci tornerò

Martino Patriarca

Un mese in Giappone

Un volantino, un “Massì dai… cosa ti costa?”, un concorso sognando i Paesi del nord Europa, la sorpresa e la gioia incontenibile per l’assegnazione della borsa di studio e poi l’imprevisto: il Giappone. Una parola, tanto panico. Io, Maria Ravelli, andrò in Giappone un mese. Io che non ho mai avuto alcun interesse per questo Paese, io che non ho mai letto un manga, guardato un Anime, io che qualsiasi asiatico è cinese.

Io che di quel Paese ora sono così innamorata.

È stata una scarica di adrenalina continua: il mio primo volo intercontinentale, eterno, già da solo è stata un’esperienza a sé. Compagni di cui all’imbarco conoscevo a malapena il nome, una volta atterrati sembravano conoscermi da una vita. Proprio l’adrenalina mi ha poi aiutato ad ammortizzare il jet lag, ma soprattutto a mangiare pesce fritto, carne piccante e ortaggi mai visti a colazione nei quattro giorni di orientation all’hosting camp di Tokyo.

A essere sincera, appena atterrata a Narita, non vedevo l’ora di conoscere la mia host family e non avevo alcuna voglia affrontare i quattro giorni di campo insieme agli altri ragazzi stranieri. Eppure, la sera del quarto giorno, ero terrorizzata all’idea di separarmi da loro e di incontrare la famiglia ospitante.

Famiglia con cui avrei dovuto trascorrere quattro settimane, ma con cui ora rimpiango di aver potuto passare così poco tempo.

La vita in famiglia si costruisce mattoncino dopo mattoncino. È fatta di silenzi, di attese, di sguardi, di sorrisi, di risate, ma non necessariamente di parole. Ci sono infatti cose che persino il traduttore più evoluto non è in grado di tradurre: le emozioni.

Ogni sera, prima di coricarmi, fissavo il calendario sperando che il tempo si fermasse e il giorno del ritorno non arrivasse mai. Ma allo stesso tempo, diverse volta mi è capitato di svegliarmi all’improvviso e di chiedermi se per caso non fossi impazzita. Come quando il primo giorno di scuola a Osaka, seconda metropoli giapponese dopo Tokyo, cercando la stazione della metro per tornare a casa, mi sono persa per più di due ore durante lo sfogo di un tifone. Quando poi però tutti i passanti a cui ho chiesto (o meglio, tradotto) informazioni hanno abbandonato le loro faccende per scorrazzarmi da un angolo all’altro della città, riparandomi con i loro ombrelli o con le loro ventiquattrore, allora ho capito che non avevo nulla di cui preoccuparmi. Mi sono sentita sicura. I sorrisi, gli inchini di quelle persone sono stati come una dolcissima carezza inaspettata. Come quando ogni giorno al ritorno da scuola un messaggio della mamma mi invitava a fare attenzione e a tornare a casa sicura. Mi sono sentita amata.

Quando poi ho smesso di perdermi nelle stazioni, ho iniziato a perdermi nei templi. E non ho più smesso. Mai avrei pensato di passare intere giornate immersa nella natura, circondata da statue di Budda e dalle ninfee. Mai avrei pensato di immergermi in una vasca di acqua bollente per purificare il corpo dalla fatica della giornata. Mai avrei immaginato di avere una mamma e un papà dall’altra parte del mondo, di andare a fare shopping con tre sorelle, di giocare a bubù settete con un fagottino di otto mesi dagli occhi a mandorla. Mai avrei pensato che un posto così sconosciuto, diverso e lontano potesse entrarmi nel cuore, lasciare un segno così profondo e diventare parte di quello che sono e di quello che sarò.

Maria Ravelli, IVBSU

Irene – U.S.A.

Ciao! Mi chiamo Irene, ho 17 anni e sono un’exchange student in Florida.

Il 4 agosto ho lasciato l’Italia per iniziare questa avventura e oggi, 12 novembre, sono passati esattamente 100 giorni dal mio arrivo negli Stati Uniti. All’inizio non è stato facile, siccome essere immersi in una nuova cultura all’improvviso non è cosa da poco. Ho provato sulla mia pelle cosa vuol dire essere quella nuova, diversa e che non conosce gli usi dei ragazzi che la circondano.

Nonostante queste prime difficoltà, ora posso dire di essere soddisfatta di questi primi tre mesi: ho imparato ad adattarmi a situazioni nuove, riesco a capire e farmi capire in una lingua che non è la mia, ho provato nuove esperienze che non avrei mai pensato di vivere, come ad esempio dover evacuare a causa di un uragano definito “il più pericolo so che l’Oceano Atlantico abbia mai visto” o travestirsi da canguro ad Halloween a diciassette anni. Sono anche diventata più indipendente e ho conosciuto persone nuove. Quest’ultima non è una cosa facile e, soprattutto all’inizio, ho fatto molta fatica ad integrarmi con gli altri ragazzi. Ora le cose sono migliorate parecchio: faccio parte della banda della scuola, della squadra di basket e partecipo agli incontri per ragazzi in chiesa. Tutte queste attività mi hanno permesso di conoscere persone che ora posso reputare amiche.

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