It’s time to act

L’estate scorsa mi ha colpita molto un titolo: “Overshoot Day: Il giorno della vergogna“. Incuriosita, subito lessi di che si trattava, e rimasi impietrita: l’Overshoot Day è il giorno in cui, secondo i calcoli del Global Footprint Network, l’uomo esaurisce le risorse che dovrebbe utilizzare in un anno intero.
Sì, è vero, ormai si sente parlare spesso di inquinamento ambientale, di ecologia, di spreco, ma la sensibilizzazzione non sta dando i frutti desiderati, visto che nel 2017 l’Overshoot Day è arrivato con 6 giorni di anticipo rispetto al 2016, il 2 agosto. Sei giorni possono sembrare molto pochi, ma in realtà non lo sono affatto, visto che, anche se dimezzassimo le emissioni di CO2, che rappresentano il 60% della nostra impronta inquinante, esso ritarderebbe soltanto di 89 giorni (3 mesi).
Stiamo consumando e inquinando come se avessimo a disposizione 1,7 Terre, che appunto non abbiamo! E se molti rimangono sordi davanti agli appelli degli ecologisti, poichè sono convinti che la causa di tutto ciò siano le grandi industrie senza scrupoli o movimenti molto più grandi di loro, beh, si sbagliano. Non sono le grandi multinazionali a sprecare ogni anno 2 miliardi di tonnellate di cibo o ad aver gettato nel Mediterraneo quei 115.000 pezzi di plastica galleggiante per chilometro quadrato, che sono stati stimati. Dunque anche in quel mare in cui noi spesso ci facciamo un tuffo, in realtà si annidano tonnellate di immondizia; certo, ancora non siamo arrivati a poter vantare nelle nostre acque delle “isole di rifiuti“, come le due presenti nell’Oceano Atlantico o quelle che galleggiano nell’Oceano Pacifico e nell’Oceano Indiano.
Tutti abbiamo sentito parlare almeno una volta della Pacific Trash Vortex, ma se pensassimo per un momento che potrebbe crearsi una situazione simile anche nel nostro Mediterraneo?

Ogni giorno usiamo l’automobile spesso anche per tratti di strada molto brevi, senza sapere di avere un forte impatto sull’ambiente,contribuendo a rilasciare nell’aria parte di quei 26 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, che rende la nostra atmosfera pian piano sempre più irrespirabile. E’ vero, la CO2 prodotta da un auto non è moltissima, soprattutto se la si usa per poco tempo, ma l’ambiente è in grado di riassorbire soltanto l’anidride carbonica prodotta da processi naturali che erano già stati calcolati da chiunque abbia creato questo mondo. Introdurne anche solo pochi grammi in più nell’aria, equivale a destabilizzare il delicato equilibrio terrestre, che comunque da anni ed anni resiste titanico a questi continui soprusi.

La cosa più inquientante, è che noi potremmo evitare almeno in parte tutto questo; consapevoli di sprecare, sprechiamo comunque, consapevoli di inquinare, lo facciamo comunque, e per di più coscienti del fatto che prima o poi ci toccherà fare i conti con questo nostro comportamento! Ma noi procrastiniamo e procrastiniamo; viviamo sull’orlo del baratro, pensando che non vi cadremo mai, ma in realtà è sempre più vicino! Chiudiamo gli occhi di fronte alla nostra condotta, per pigrizia o per paura, affidandoci quindi a due pessime guide morali. Quanto ci costerebbe usare il treno, invece dell’auto? Quanto ci costerebbe camminare fino alla biblioteca, o fino alla scuola? Quanto ci costerebbe tenerci quella cartaccia in tasca fino a casa? Quanto ci costerebbe buttare il mozzicone spento in un cestino, anzichè per terra? Quanto farci la doccia invece che rimanere in ammollo nella vasca in ben 7 litri d’acqua ? Quanto evitare di comprare cibo in più, che poi finirà nella spazzatura? Quanto ci costerebbe? Nulla. O meglio, nulla se paragonato al nostro pianeta. Sono davvero gesti molto piccoli, che possiamo compiere ogni giorno, e che pian piano, possono davvero cambiare le cose. Anche un viaggio di mille passi inizia col primo, e se invece di guardare direttamente in faccia il problema, agissimo per rendere meno inquinato il nostro piccolo, non solo ci sentiremmo più fieri di noi stessi e migliori, ma piano piano davvero potremmo assistere ad una svolta, sensibilizzando sempre più persone riguardo al problema.
“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo!” diceva un certo Ghandi.

E anche se per molti la sovrapproduzione e l’inquinamento da essa causato, sono necessari per mantere posti di lavoro e di conseguenza sono giustificate dal valore sociale che esercitano, io rispondo: quale società ci sarà da tutelare, se la Terra davvero diverrà inabitabile?

Laura Ferat, 5BC

Il cambiamento climatico: attenzione alle conseguenze

Negli ultimi cento anni siamo andati incontro ad una cosa troppo grande per noi. Questa “cosa” si chiama cambiamento climatico. Il cambiamento climatico è comportato anche da elementi naturali, ma in gran parte è dovuto agli interventi antropici (questo dato è certificato dalla NASA, quindi non fate come Trump che dice che l’uomo non c’entra). Per interventi antropici intendo la grandissima industrializzazione, il sovrappopolamento della Terra (agli inizi del 900 la popolazione era poco più di un miliardo di persone, adesso siamo quasi a otto), e in generale le emissioni esagerate di anidride carbonica, l’avvelenamento delle acque dovuto agli scarichi tossici, l’eccessivo utilizzo di petrolio, le quantità spropositate di rifuti, la deforestazione. Tutto questo sta causando danni gravissimi in tutto il mondo, che potrebbero portare alla fine della vita sul nostro pianeta. Uno degli effetti forse più visibili è il surriscaldamento globale, un innalzamento della temperatura mondiale dovuto all’aumento dell’anidride carbonica nella composizione dell’aria (la CO2 è aumentata da 2,5 p.p.m a oltre 4 p.p.m). Il surriscaldamento globale porta allo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari, di conseguenza… ops, le Maldive e la Polinesia sono annegate, Venezia, Rimini & co sono sommerse, gli orsi polari e i pinguini morti e sepolti (sepolti forse no, ma dettagli); porta a carestie e siccità, quindi migrazioni forzate e guerre. Un’altra faccia del cambiamento climatico sono i fenomeni meterologici estremi: uragani, alluvioni, tempeste tropicali, inondazioni. A me questo scenario non sembra bello, per niente. Ed è per questo che ho scritto quest’articolo. Per dire a tutti che il mondo è casa nostra. E dobbiamo averne cura.

Filippo Foppoli, 1AC

Alternanza Scuola Lavoro, le tutele prima di tutto!

È trascorso più di un anno da quando noi studenti abbiamo incominciato a confrontarci e a vivere le prime esperienze di Alternanza Scuola Lavoro. La così detta Buona scuola ha istituito nel nostro sistema scolastico l’Alternanza Scuola Lavoro, una forma di didattica alternativa che dovrebbe permettere allo studente di applicare in contesti lavorativi le competenze e le conoscenze sviluppate dietro i banchi di scuola. L’Alternanza è diventata in pochissimo tempo una parte fondamentale del percorso dello studente, fino a diventare il pass necessario per accedere all’Esame di Stato; essa può essere interpretata come un esperimento di avviamento del giovane nel complesso mondo del lavoro. I progettidi ASL dovrebbero essere organizzati garantendo percorsi di vera formazione e di effettiva crescita, in un contesto per molti ancora sconosciuto: quello del lavoro. Ed è proprio sulla parola lavoro che noi studenti dobbiamo imparare a riflettere: il lavoro sarà parte essenziale della nostra vita, l’uomo lavoratore dovrà essere sempre al centro di ogni processo attivo, in cui gli aspetti come la creatività, la professionalità, la socialità e la cultura dovranno essere coniugati per rendere dignitoso e soddisfacente il nostro lavoro.

Oggi vediamo le difficoltà di molti giovani a trovare un’occupazione stabile, tutelata, qualificata, e capace di garantire un’equa e consistente retribuzione. Per questo è necessario che, accanto allo sviluppo dei percorsi di Alternanza Scuola Lavoro si affermi con forza una cultura generale dei diritti dello studente, che riveste i panni del lavoratore. Infatti ad oggi gli studenti sono privi di uno statuto che garantisca allo stesso tempo diritti e doveria scuola e all’interno dei soggetti ospitanti, assicurando soprattutto l’allineamento con i percorsi formativi scelti. Infatti esiste il rischio che l’ASL diventi in certi casi l’Alternanza Scuola Lavoro in nero. Dove c’è lavoro, ci deve essere sempre uno strumento di tutela. Guardando alla nostra realtà è doveroso affermare e sottolineare la coerenza e l’impegno dimostrato da docenti e studenti nell’organizzare e nel realizzare percorsi il più possibile individualizzati e formativi. Tuttavia, come dimostra un sondaggio online da me realizzato su un campione a caso di 181 studenti, il 34,8% di questi si è dichiarato per niente o poco soddisfatto della propria alternanza, mentre il 7,4% ha denunciato una scarsa tutela sul luogo di lavoro. Non si possono lasciare al caso le centinaia di denunce provenienti da tutta Italia, di studenti sfruttati, sottoposti a lavori non coerenti con i propri piani di studio, dipendenti da tutor aziendali mal formati e incompetenti. Ad oggi, noi studenti non abbiamo avuto ancora modo di confrontarci e di esprimerci sul reale stato dell’Alternanza Scuola Lavoro, ora è il momento di aprire questa riflessione e portare avanti con forza ed entusiasmo la proposta di approvazione di uno statuto dei diritti dello studente in Alternanza Scuola Lavoro. Non possiamo più attendere, è il momento di agire.

Il rappresentante di istituto, Valerio Trabucchi