La felicità di essere felici

La vita degli ultimi anni sta diventando sempre più piena di impegni, ma il problema è che questi non comportano altrettante soddisfazioni. Allora è necessario chiedersi cosa sia veramente importante: riempirsi le giornate senza goderne nemmeno un secondo o compiere delle scelte e, di conseguenza, delle rinunce, ma intraprendendo attività che ci rendono felici?

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L’anoressia è una cicatrice sul cuore che ti resta in eterno

Quando si entra in un tunnel, di qualsiasi tunnel si tratti, non se ne esce mai per davvero. Anche quando ti sembra che le cose vadano bene e che finalmente il mondo stia girando per il verso giusto non smetterà mai di piovere, perché le nuvole scure ti seguiranno per sempre. Dicono che il tempo guarisca tutte le ferite, ma è una boiata in realtà, il tempo si limita a tenere insieme i pezzi rotti con una cucitura che potrebbe cedere da un momento all’altro. » Read more

Che cos’è l’acqua?

Che cos’è l’acqua? 

Alcuni voli pindarici sull’importanza degli studi umanistici

«Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?” I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa “Che cos’è l’acqua?”»

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Un salto nell’infinito. Testimonianza da una ex alunna

Nella vita non si smette mai di saltare. Gli insegnanti, dalle elementari al Liceo, dicono ai genitori che ai figli manca “quel saltino” per far sì che si arrivi ad un certo livello di dimestichezza con la conoscenza. Insomma a noi ragazzi è richiesto di saltare, ogni anno c’è un salto che ci aspetta. Quando ero più piccola non capivo assolutamente cosa fosse questa storia del salto: mi impegnavo, andavo abbastanza bene, perché avrei dovuto saltare?  » Read more

It’s time to act

L’estate scorsa mi ha colpita molto un titolo: “Overshoot Day: Il giorno della vergogna“. Incuriosita, subito lessi di che si trattava, e rimasi impietrita: l’Overshoot Day è il giorno in cui, secondo i calcoli del Global Footprint Network, l’uomo esaurisce le risorse che dovrebbe utilizzare in un anno intero.
Sì, è vero, ormai si sente parlare spesso di inquinamento ambientale, di ecologia, di spreco, ma la sensibilizzazzione non sta dando i frutti desiderati, visto che nel 2017 l’Overshoot Day è arrivato con 6 giorni di anticipo rispetto al 2016, il 2 agosto. Sei giorni possono sembrare molto pochi, ma in realtà non lo sono affatto, visto che, anche se dimezzassimo le emissioni di CO2, che rappresentano il 60% della nostra impronta inquinante, esso ritarderebbe soltanto di 89 giorni (3 mesi).
Stiamo consumando e inquinando come se avessimo a disposizione 1,7 Terre, che appunto non abbiamo! E se molti rimangono sordi davanti agli appelli degli ecologisti, poichè sono convinti che la causa di tutto ciò siano le grandi industrie senza scrupoli o movimenti molto più grandi di loro, beh, si sbagliano. Non sono le grandi multinazionali a sprecare ogni anno 2 miliardi di tonnellate di cibo o ad aver gettato nel Mediterraneo quei 115.000 pezzi di plastica galleggiante per chilometro quadrato, che sono stati stimati. Dunque anche in quel mare in cui noi spesso ci facciamo un tuffo, in realtà si annidano tonnellate di immondizia; certo, ancora non siamo arrivati a poter vantare nelle nostre acque delle “isole di rifiuti“, come le due presenti nell’Oceano Atlantico o quelle che galleggiano nell’Oceano Pacifico e nell’Oceano Indiano.
Tutti abbiamo sentito parlare almeno una volta della Pacific Trash Vortex, ma se pensassimo per un momento che potrebbe crearsi una situazione simile anche nel nostro Mediterraneo?

Ogni giorno usiamo l’automobile spesso anche per tratti di strada molto brevi, senza sapere di avere un forte impatto sull’ambiente,contribuendo a rilasciare nell’aria parte di quei 26 miliardi di tonnellate di anidride carbonica, che rende la nostra atmosfera pian piano sempre più irrespirabile. E’ vero, la CO2 prodotta da un auto non è moltissima, soprattutto se la si usa per poco tempo, ma l’ambiente è in grado di riassorbire soltanto l’anidride carbonica prodotta da processi naturali che erano già stati calcolati da chiunque abbia creato questo mondo. Introdurne anche solo pochi grammi in più nell’aria, equivale a destabilizzare il delicato equilibrio terrestre, che comunque da anni ed anni resiste titanico a questi continui soprusi.

La cosa più inquientante, è che noi potremmo evitare almeno in parte tutto questo; consapevoli di sprecare, sprechiamo comunque, consapevoli di inquinare, lo facciamo comunque, e per di più coscienti del fatto che prima o poi ci toccherà fare i conti con questo nostro comportamento! Ma noi procrastiniamo e procrastiniamo; viviamo sull’orlo del baratro, pensando che non vi cadremo mai, ma in realtà è sempre più vicino! Chiudiamo gli occhi di fronte alla nostra condotta, per pigrizia o per paura, affidandoci quindi a due pessime guide morali. Quanto ci costerebbe usare il treno, invece dell’auto? Quanto ci costerebbe camminare fino alla biblioteca, o fino alla scuola? Quanto ci costerebbe tenerci quella cartaccia in tasca fino a casa? Quanto ci costerebbe buttare il mozzicone spento in un cestino, anzichè per terra? Quanto farci la doccia invece che rimanere in ammollo nella vasca in ben 7 litri d’acqua ? Quanto evitare di comprare cibo in più, che poi finirà nella spazzatura? Quanto ci costerebbe? Nulla. O meglio, nulla se paragonato al nostro pianeta. Sono davvero gesti molto piccoli, che possiamo compiere ogni giorno, e che pian piano, possono davvero cambiare le cose. Anche un viaggio di mille passi inizia col primo, e se invece di guardare direttamente in faccia il problema, agissimo per rendere meno inquinato il nostro piccolo, non solo ci sentiremmo più fieri di noi stessi e migliori, ma piano piano davvero potremmo assistere ad una svolta, sensibilizzando sempre più persone riguardo al problema.
“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo!” diceva un certo Ghandi.

E anche se per molti la sovrapproduzione e l’inquinamento da essa causato, sono necessari per mantere posti di lavoro e di conseguenza sono giustificate dal valore sociale che esercitano, io rispondo: quale società ci sarà da tutelare, se la Terra davvero diverrà inabitabile?

Laura Ferat, 5BC

Alternanza Scuola Lavoro, le tutele prima di tutto!

È trascorso più di un anno da quando noi studenti abbiamo incominciato a confrontarci e a vivere le prime esperienze di Alternanza Scuola Lavoro. La così detta Buona scuola ha istituito nel nostro sistema scolastico l’Alternanza Scuola Lavoro, una forma di didattica alternativa che dovrebbe permettere allo studente di applicare in contesti lavorativi le competenze e le conoscenze sviluppate dietro i banchi di scuola. L’Alternanza è diventata in pochissimo tempo una parte fondamentale del percorso dello studente, fino a diventare il pass necessario per accedere all’Esame di Stato; essa può essere interpretata come un esperimento di avviamento del giovane nel complesso mondo del lavoro. I progettidi ASL dovrebbero essere organizzati garantendo percorsi di vera formazione e di effettiva crescita, in un contesto per molti ancora sconosciuto: quello del lavoro. Ed è proprio sulla parola lavoro che noi studenti dobbiamo imparare a riflettere: il lavoro sarà parte essenziale della nostra vita, l’uomo lavoratore dovrà essere sempre al centro di ogni processo attivo, in cui gli aspetti come la creatività, la professionalità, la socialità e la cultura dovranno essere coniugati per rendere dignitoso e soddisfacente il nostro lavoro.

Oggi vediamo le difficoltà di molti giovani a trovare un’occupazione stabile, tutelata, qualificata, e capace di garantire un’equa e consistente retribuzione. Per questo è necessario che, accanto allo sviluppo dei percorsi di Alternanza Scuola Lavoro si affermi con forza una cultura generale dei diritti dello studente, che riveste i panni del lavoratore. Infatti ad oggi gli studenti sono privi di uno statuto che garantisca allo stesso tempo diritti e doveria scuola e all’interno dei soggetti ospitanti, assicurando soprattutto l’allineamento con i percorsi formativi scelti. Infatti esiste il rischio che l’ASL diventi in certi casi l’Alternanza Scuola Lavoro in nero. Dove c’è lavoro, ci deve essere sempre uno strumento di tutela. Guardando alla nostra realtà è doveroso affermare e sottolineare la coerenza e l’impegno dimostrato da docenti e studenti nell’organizzare e nel realizzare percorsi il più possibile individualizzati e formativi. Tuttavia, come dimostra un sondaggio online da me realizzato su un campione a caso di 181 studenti, il 34,8% di questi si è dichiarato per niente o poco soddisfatto della propria alternanza, mentre il 7,4% ha denunciato una scarsa tutela sul luogo di lavoro. Non si possono lasciare al caso le centinaia di denunce provenienti da tutta Italia, di studenti sfruttati, sottoposti a lavori non coerenti con i propri piani di studio, dipendenti da tutor aziendali mal formati e incompetenti. Ad oggi, noi studenti non abbiamo avuto ancora modo di confrontarci e di esprimerci sul reale stato dell’Alternanza Scuola Lavoro, ora è il momento di aprire questa riflessione e portare avanti con forza ed entusiasmo la proposta di approvazione di uno statuto dei diritti dello studente in Alternanza Scuola Lavoro. Non possiamo più attendere, è il momento di agire.

Il rappresentante di istituto, Valerio Trabucchi 

L’elogio del viaggio

viaggiare ● viag·già·re ●intransitivo
1.Trasferirsi da un luogo a un altro con un mezzo di trasporto compiendo un tragitto di lunga durata
2.fig.gerg.Procedere nel corso di un’attività con profitto e prosperità, riscuotendo successo e
favore.
Il verbo «viaggiare» è da noi utilizzato tantissimo, specialmente negli ultimi tempi, eppure si
tratta di un termine incompleto. Le barriere ed i limiti che il linguaggio verbale inevitabilmente
porta con sé in questo caso prevaricano a causa della complessità del concetto, inesprimibile
attraverso una sola semplice parola. L’etimologia del verbo «viaggiare» è tuttavia degna di nota:
deriva infatti dal latino viaticum, che significa «provvista per il viaggio» e solo in un secondo
momento «viaggio». Curioso, nevvero? Nel significato più antico si trova già, seppure sottintesa e
perciò difficile da cogliere, l’idea che non tutti gli spostamenti sono dei viaggi. Come abbiamo già
detto, al giorno d’oggi il verbo viaggiare viene utilizzato quotidianamente ed è proprio per questo
motivo che spesso perde di significato; «Viaggia per lavoro» «viaggia in treno» «viaggia con la
fantasia» sono frasi d’uso comune che vanno però a sminuire il significato primo ed ultimo di
questa parola.

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QUELLO CHE COLTIVIAMO DI NOI

QUELLO CHE COLTIVIAMO DI NOISono le 20:04 di un 15 maggio che lascia intravedere tutt’altro che l’arrivo dell’estate. Prima del fastidioso e tanto desiderato suono dell’ultima campanella, ci aspettano ancora interminabili lezioni e soffertissimi compitini last minute, come se in fondo non avessimo niente di meglio da fare (tipo preparare il First; o provare la lezione di cinema; o finire di impaginare l’Ulisse; o studiare per la patente; o, semplicemente, vivere). E con la forte consapevolezza che la domanda “ma faranno apposta a concentrare tutto nelle ultime settimane?” resterà per sempre una delle più frequenti e irrisolte questioni scolastiche, sono contenta di essere qui, a pochi giorni dalla fine, a scrivere su questo numero del nostro Ulisse.
L’anno passato, come sempre, mi sono posta tanti obiettivi, uno dei quali era riuscire a portare avanti il nostro giornalino, e non posso completa-mente dire di esserci riuscita. O almeno, non da sola: ci siamo riusciti. Questa è la grande dimostrazione che, in realtà, c’è ancora qualcuno che si interessa, e sicuramente in questi ultimi tempi non è una certezza da dare per scontata. Forse è per questo che negli ultimi anni ci hanno imposto il nome di “generazione selfie”, o meglio “selfish”, che -per quelli che masticano poco la lingua inglese- vuol dire “egoista”. E in fondo, almeno un po’, non possiamo negare che sia così, che nella vita ci sia dell’altro e che a poco a po-co, quasi inconsciamente, lo stiamo perdendo.
A me, per esempio, non sorprende certo la noncuranza verso il giornalino. Odio cadere in questi banalissimi cliché da editoriale, ma è la verità. Tutti hanno i propri impegni, i propri interessi, e tanto per cambiare il nostro Liceo, già impegnativo di per sé, non ci lascia moltissimo spazio: figuriamoci se nel tempo libero si riesce a trovare pure la voglia di sedersi sulla scrivania e di scrivere un articolo. Quindi no, non mi stupisce. Forse sarebbe meglio dire: mi dispiace; questo sì. Mi dispiace perché quando qualcuno riserva un po’ del suo tempo, quando dedica un po’ di sé agli altri, si colgono dei fiori come questo numero, che è ricchissimo perché ci siamo noi. E con “noi” non intendo certo le foto di classe, che sicuramente sono bellissime, ma che trasmettono esclusivamente la nostra immagine, in una società dove oltretutto l’immagine conta più dell’essenza.
Ci siamo noi perché c’è l’esperienza teatrale di una ragazza, come noi; c’è la denuncia al nostro sistema scolastico; ci sono le nostre riflessioni sulla felicità, i nostri drammi familiari, i primi approcci con la filosofia; degli splendidi racconti che scriviamo nel tempo libero, le nostre passioni; ci sono i nostri viaggi, gli strafalcioni dei professori e i nostri saluti che coronano un percorso di cinque anni. Ci siamo noi, e tutti questi aspetti che riflettono quello che siamo davvero.
Non è stato facile arrivare qui. C’è stato bisogno di tempo, pazienza, capacità organizzativa e tanta forza di volontà, ma vi assicuro che ne so-no contenta. E così spero che lo siano anche tutti quelli che partecipano alla creazione del giornalino o semplicemente i cari lettori che ancora ci tengono, perché hanno tra le mani il frutto di un grande impegno collettivo e di tanta voglia di condividere e rivelarsi.
Letizia Fede