Ultima modifica: 14 settembre 2017
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Carcere e legalità, la “lezione” di Colombo

Carcere e legalità, la “lezione” di Colombo

L’ex magistrato ha incontrato ieri mattina gli studenti del liceo Piazzi-Perpenti di Sondrio. «I diritti sono la cartina di tornasole per capire se siamo una società delle opportunità uguali per tutti».

Parlare di carcere e diritti è fondamentale, perché «questo argomento è la cartina di tornasole per capire da parte si sta, se dalla parte di una società delle opportunità pari, in cui è riconosciuta la dignità di tutti, oppure di una società verticale, in cui chi sta in alto può e chi sta in basso deve». Ne è convinto l’ex magistrato Gherardo Colombo, ospite ieri mattina a Sondrio per un incontro con gli studenti del liceo Piazzi – Perpenti all’interno del progetto di educazione alla legalità e alla cittadinanza responsabile che l’istituto ha avviato nel 2009.

Nei mesi scorsi i ragazzi hanno approfondito diversi temi con il garante dei detenuti del ComuneFrancesco Racchetti e con esperti e volontari, come ha ricordato la dirigente scolastica Maria Grazia Carnazzola, e ieri si sono confrontati con Colombo sui concetti di libertà, responsabilità, diritti e giustizia riparativa. Ed è stato un confronto nel vero senso della parola, perché l’ex magistrato ha subito abbandonato l’approccio del relatore “istituzionale” per discutere con i ragazzi, coinvolgendoli nel ragionamento con domande dirette ed esempi presi dalla vita quotidiana. Esempi per far riflettere innanzitutto sul fatto che «non è che siano poi così distanti da noi, le persone che stanno in carcere», e che «non è mica tanto vero che il male sta tutto da una parte, per cui chi sta in carcere è il cattivo e noi qui fuori siamo i buoni, è una separazione molto finta con cui cerchiamo anche di allontanare il male da noi, per promuoverci e sentirci migliori».

Ma anche esempi molto concreti per far comprendere quali siano le condizioni di vita in moltissimi penitenziari italiani, e quali effetti abbiano sull’applicazione concreta dell’idea di pena e rieducazione sancita dalla Costituzione. «Una cella standard è sui 12 metri quadrati – ha detto Colombo -, spazio in cui state in quattro o in sei, con due letti a castello, il water e un lavandino che usate anche per cucinare, qualcosa a cui appendere i vestiti, e lì dentro tocca passare 14 o 15 ore al giorno. Sei ore al mese per vedere i parenti, unico contatto con il mondo esterno è un televisore da gestire in quattro. Quando uno esce di lì, avrà voglia di abbracciare tutti o sarà pieno di sentimenti di rivalsa? Ecco perché se teniamo alla sicurezza, non è questa la strada giusta».

In tutto il suo discorso l’ex magistrato è tornato più volte su due concetti fondamentali, libertà e responsabilità, strettamente correlati: «C’è un punto di contatto fra voi ragazzi e chi sta in carcere – ha detto -, voi state crescendo, avete bisogno di prendere le misure col mondo, di diventare liberi e perciò responsabili, perché libertà significa rispondere di ciò che si fa. È lo stesso percorso che dovrebbero fare coloro che stanno in carcere, devono educarsi ad avere responsabilità, e per far questo un carcere oppressivo non serve. Fa diventare obbedienti, ma in democrazia abbiamo bisogno di persone responsabili, altrimenti la democrazia non funziona». Secondo Colombo allora è tempo di cambiare strada, seguendo le modalità che vengono applicate in tanti Paesi: «È necessario come presupposto effettivo – ha detto – mettersi nella prospettiva del recuperare le persone, come si fa a Bollate. Come membro dell’Unione, l’Italia sarebbe tenuta ad introdurre un sistema di giustizia riparativa, che prevede percorsi più impegnativi e riduce le percentuali di recidive».

Dalla “Provincia di Sondrio”